La Grande Crisi, la questione etica e il ruolo dello Stato – parte II

Quarto Stato, di Pellizza da Volpedo (1901)

Quarto Stato, di Pellizza da Volpedo (1901)

In secondo luogo, che il mondo finanziario non-etico si contrapponga un mondo industriale etico sia fuorviante deriva dall’osservazione diretta del modo in cui si è sviluppato il fenomeno della globalizzazione economica nel corso degli ultimi decenni. La deregolamentazione selvaggia, figlia del pensiero ultra-liberista, ha condotto allo stra-potere delle società multinazionali, che in certe situazioni sembrano sottrarsi a controlli di natura politica e legale (quando, ad esempio, impiantano le loro fabbriche o stringono rapporti di fornitura all’interno di paesi emergenti compiacenti, pagando una miseria i loro lavoratori e spingendosi fino allo sfruttamento del lavoro minorile). Il lavoro di Naomi Klein del 2000 (No Logo) è un saggio ben documentato sull’argomento. Mi son sempre chiesto perchè i paesi occidentali cerchino di esportare la democrazia con le armi e invece importino i loro beni di consumo con metodi di sfruttamento del lavoro più simili alle condizioni dell’Inghilterra vittoriana che non di una moderna democrazia. La tentazione è quella di postulare, sulla base dell’esprienza storica, che democrazia politica ed economia di mercato siano istituzioni incompatibili, per lo meno al primo stadio dello sviluppo economico, necessario per l’accumulazione del capitale (ossia in un contesto in cui i margini di profitto sul capitale investito devono essere elevati). Sembrerebbe inoltre chiaro che “la ricerca del profitto ad ogni costo e nel breve termine” sia in parte responsabile di questa situazione. Se infatti si eliminassero le condizioni (1) “ad ogni costo” e (2) “nel breve termine”, sicuramente parte del problema si potrebbe risolvere. Risulta dunque chiaro come la questione etica coinvolga tanto il settore finanziario quanto quello industriale, e che difficilmente si riuscirà a risolvere il problema se non lo si affronta nella sua interezza.

Il che ci porta direttamente alla seconda questione, ossia a quale sia il giusto mix, all’interno della sfera economica, di intervento pubblico e di iniziativa privata. La teoria economica sa bene che i risultati migliori (i.e Pareto-efficienti) dei mercati concorrenziali non si ottengono a partire da qualunque condizione e per qualunque tipo di beni prodotti. E, di conseguenza, ci sono situazioni in cui l’intervento pubblico, sia diretto (ad esempio producendo un bene o fornendo un servizio) sia indiretto (attraverso forme di regolamentazione e controllo) possono condurre ad un risultato aggregato migliore, rispetto a quello che si avrebbe in assenza di tali interventi. Senza contare il fatto che la teoria economica, da un certo punto in poi, si è focalizzata più sulla questione della “produzione” (più facilmente misurabile e quantificabile) che su quella della “redistribuzione” (più soggetta ad a-priori rispetto all’analisi stessa). Il fine di uno scritto di prossima pubblicazione è proprio quello di illustrare i fondamenti storici e filosofici che influenzarono ed influenzano ancor oggi le preferenze per lo stato o per il mercato, e le basi teoriche necessarie per comprendere pregi e difetti delle due istituzioni.

Lo scritto risale al 1996, e, sebbene forse in parte incompleto o un po’ ingenuo in alcune parti, ha lo slancio e l’idealismo tipico di ogni scritto giovanile, pur senza mancare di un certo rigore analitico. Un’ultimo aspetto riguarda una riflessione, che in genere è resa possibile dal distacco emotivo e dalla distanza temporale rispetto agli avvenimenti. Le bolle speculative non sono certo un fenomento nuovo nella storia dell’umanità, ma la recente crisi ha molto velocemente messo in discussione atteggiamenti e istituzioni che sembravano essere ormai ampiamente consolidati nel mondo occidentale, a partire dalla supremazia del libero mercato come meccanismo auto-regolamentato nel soddisfare i bisogni dell’uomo riguardo alla sfera della produzione economica e, si pensava, anche rispetto alla sfera della redistribuzione delle risorse (almeno nel medio-lungo termine). Ebbene, la supremazia del liberismo nella sua forma più pura a partire dall’inizio degli anni novanta può essere in parte giustificata, a mio avviso, dall’assenza di concorrenza di questo sistema economico con qualsiasi altro antagonista (ad esempio con i Paesi del blocco comunista), che, seppur con tutti i suoi limiti economici, politici e civili, costringeva nel passato il mondo occidentale a continue riflessioni di natura sociali oltre che a concessioni di natura economica ai gruppi più svantaggiati, note con il nome di stato sociale.

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