La Grande Crisi, la questione etica e il ruolo dello Stato – parte I

Wall Street, di Oliver Stone (1987)

Wall Street, di Oliver Stone (1987)

Da qualche settimana si è scatenata sul mercato una delle più grosse crisi del dopoguerra (e forse degli ultimi 80 anni). Da allora, oltre alle preoccupazioni degli investitori di ogni tipo di natura (piccoli risparmiatori, grossi fondi istituzionali, grandi speculatori), si sono aggiunte, anche fra l’opinione pubblica, discussioni di portata ben più ampia che potremmo distinguere in due grosse categorie: la prima riguardante la natura etica del mondo finanziario, e la seconda (strettamente correlata alla prima) sul ruolo dello stato e del mercato all’interno della sfera economica.

Sulla questione etica mi preme affrontare la questione che vedrebbe contrapporsi, ad un mondo finanziario non-etico, un mondo industriale etico. Tale prospettiva mi sembra sia riduttiva sia fuorviante.
Riduttiva, perchè il mondo finanziario è una galassia costellata da un numero elevato di soggetti economici, che sarebbe come minimo azzardato ridurre ad un’unica entità. D’altro canto, sembra altrettanto complesso identificare dei responsabili precisi all’interno di questo universo, visto che questa crisi (del credito prima, finanziaria ora e probabilmente economica in seguito) ha visto coinvolte istituzioni spesso di natura molto differente fra di loro. Per questo appare più semplice cercare, in questa multivariegata galassia, dei capri espiatori. Tra questi ultimi spesso si inseriscono gli hedge funds; a tal proposito mi piacerebbe fare alcune considerazioni. Gli hedge funds, nati con l’intento di investire sui mercati permettendo agli investitori di coprire (hedge) i rischi di fluttuazione, sopratutto al ribasso, dei mercati stessi, si sono trasfotrmati con il tempo in quelli che potremmo definire “fondi di investimento a rendimento assoluto con alto livello di leva/rischio”, con il risultato di amplificare le fluttuazioni dei mercati stessi (certo, al ribasso, ma anche al rialzo). In questo, sono stati aiutati da una legislazione permissiva (in termini di regolamentazione e controllo). Ad ogni modo, potremmo definire gli hedge funds, nel loro insieme, come un’asset class; ed è infatti così che la identificano gli investitori, con lo scopo di inserire all’interno dei loro portafoglii uno strumento non correlato al mercato e dalla volatilità ridotta rispetto, ad esempio, ad indici azionari e materie prime (non a caso la legislazione italiana dovrebbe nel prossimo futuro cambiare la loro denominazione da investimenti speculativi a investimenti alternativi).
Certo, le commissioni pagate a questi gestori sono elevate (sopratutto se si pensa al 20% di commissione sulla performance positiva, cui si devono aggiungere le commissioni di gestione), anche se spesso mitigate da alcune regole (si pensi all’”High Water Mark”). Ma se si confrontano questi numeri con i bonus e le commissioni pagate a gestori di fondi comuni di investimento tradizionali (i.e. dove la performance è commisurata rispetto al benchmark) in Italia, perchè ci si dovrebbe scandalizzare? In più si pensi al fatto che, mentre una banca (commerciale o di investimento) potrebbe essere vittima di un chiaro conflitto di interessi (nel vendere i propri prodotti attraverso la propria rete, preoccupandosi così solo delle commissioni guadagnate al momento della sottoscrizione, e non dalla bontà di gestione del fondo stesso), un hedge fund (dove spesso i fondatori/gestori investono somme ingenti del loro patrimonio) ha tutto l’interesse a fornire una performance positiva ai propri clienti. Detto questo, è chiaro che l’assenza di trasparenza sulle attività di questi operatori (modus operandi difeso, tra gli altri, dall’ex presidente della Fed Alan Greenspan) ha sicuramente contribuito ad aggravare la situazione esistente (in termin di assunzione di livelli di rischio/leva al di sopra di un grado che potremmo definire “appropriato e ragionevole”). C’è, tuttavia, una sorta di giustizia darwiniana all’interno dell’arena degli hedge funds, che conduce gli attori troppo spregiudicati o incapaci nella gestione del proprio fondo a scomparire, a discapito dei “più forti”. E tutto questo senza utilizzare risorse pubbliche destinate al loro salvataggio. Certo, resta da capire quanto queste istituzioni, che possono agire ai “confini della legislazione” abbiano contribuito a diffondere il cancro all’interno del sistema. Ma ciò non toglie la grave responsabilità degli istituti finanziari tradizionali nell’aver fatto “il passo più lungo della gamba” nel tentativo di partecipare a quella che potremmo definire “la grande abbuffata”. Ritornando all’origine della questione (la non-eticità del sistema finanziario) potremmo concludere che ci sono sicuramente degli eccessi e dei difetti che vanno corretti (a cominciare dai bonus miliardari dei dirigenti di queste aziende fino alla necessità di un codice etico di comportamento, che dovrebbe comprendere tutti gli operatori, dai gestori di fondi ai promotori finanziari fino alle agenzie internazionali di rating), senza per forza dover demonizzare/distruggere l’intero meccanismo che, se ben strutturato, può e deve contribuire allo sviluppo economico.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...