L’avidità funziona? Ovvero, come la collaborazione (anzichè la competizione) fra le banche potrebbe salvarci.

Ogni Individuo cerca di impiegare il proprio capitale per produrre il massimo valore possibile. In genere egli non intende promuovere l’interesse pubblico, e non si rende neppure conto della misura in cui lo promove, ma agisce esclusivamente per la propria sicurezza e per il proprio tornaconto. E in questo è guidato da una mano invisibile che lo porta a perseguire un fine estraneo alle proprie intenzioni. Nel fare i propri interessi spesso promuove anche quelli della società: in maniera molto più efficace di quando si propone di promuoverli realmente”

In questa citazione, tratta da La ricchezza delle Nazioni di Adam Smith del 1776, si può riassumere l’intera giustificazione dell’espansione del neo-liberismo nel corso degli ultimi 30 anni, contro il presunto Stato oppressore. E, sebbene pochissime persone oggi cercherebbero di mettere in dubbio la validità dell’intuizione di Smith (ben esemplificata dalla metafora della Mano Invisibile del Mercato), è invece sotto gli occhi di tutti il divario fra i risultati ottenuti in termini di efficienza produttiva e allocazione delle risorse da un lato, e redistribuzione dei redditi da un altro.

Senza inoltrarci in una discussione che ci porterebbe lontano, mi piacerebbe porre l’attenzione su come la teoria economica cercò, sopratutto a partire dagli anni ’50, di giustificare non solo dal punto di vista filosofico e ideologico la dottrina del laissez-faire, ma anche dal punto di vista analitico. In quest’ottica si devono inquadrare i risultati ottenuti dall’economia del Benessere (che prese gli spunti dai precedenti studi di Pareto).  In sintesi, questi lavori permisero di realizzare una sorta di corrispondenza biunivoca fra equilibrio walrasiano ed ottimalità paretiana. Il che significa, in parole povere, che sotto determinate condizioni, l’economia di mercato conduce al migliore dei risultati possibili. Verrebbe ovviamente da obiettare con una famosa citazione: “Se questo è il migliore dei mondi possibili, figuriamoci gli altri”. Ma cerchiamo di essere analitici nella trattazione. Il passaggio chiave, nel comprendere come l’equilibrio generale competitivo walrasiano conduca ad un risultato Pareto-efficiente è “sotto determinate condizioni”.

Fra queste condizioni di partenza, quella che in questo contesto ci preme sottolineare è l’esistenza di perfetta informazione. Infatti, in presenza di informazione imperfetta e/o asimmetrica, il mercato non si comporterà più in maniera così efficiente come auspicato dai neo-liberisti, ma tenderà invece a produrre al di sotto delle proprie capacità.  Inoltre, nel caso in cui la conoscenza di un attore economico sia inferiore a quella di un altro, gli agenti economici saranno spinti dallo stesso criterio di razionalità, verso una situazione di “moral hazard“. In questi contesti, solo l’intervento dello Stato, mirato a regolamentare e controllare gli agenti economici, assieme all’adozione di un codice di condotta morale dell’intero settore, può ripristinare il buon funzionamento dell’economia di mercato. Il che, ancora una volta tradotto in sintesi, significa che un settore economico caratterizzazo da informazione imperfetta/incompleta, non può sottrarsi a una qualche forma di controllo e regolamentazione.

Che l’innovazione e l’ingegneria finanziaria, abbinate alla crescente globalizzazione dell’economia, abbiano condotto il sistema bancario e creditizio in una colossale situazione di asimmetria informativa è fuor di dubbio. Strumenti sempre più complessi e scambi sempre più veloci caratterizzano questo settore, con il risultato che gli investitori e le imprese si trovano spesso in balia di consulenti poco trasparenti e caratterizzati dall’unica logica delle “commissioni”. Nulla di male, obietterà qualcuno. Il mercato sarà in grado di autoregolamentarsi! Beh, l’esperimento ha dato esito negativo. Si deve correre ai ripari! Solo che questi ripari vengono forniti ai fautori dell’attuale instabilità in cambio di cosa? Di Un temporaneo controllo da parte delle autorità pubbliche, che dovrebbero ritirarsi non appena le acque si calmeranno almeno un po’.

Mi sembra una soluzione riduttiva per affrontate un problema che non è temporaneo, ma sistemico. Non si possono esigere fiumi di denaro pubblico per il salvataggio di istituti che avrebbero dovuto essere al servizio dei clienti, e pretendere che, se e quando tutto tornerà alla normalità, tali istituzioni possano tornare a comportarsi come prima. Le banche dovrebbero fare la loro parte in questo contesto e fornire tutti i loro dati, i bilanci, l’elenco delle attività rischiose in loro possesso a chi presta loro denaro. E dovrebbero, probabilmente, collaborare tra di loro in questo contesto anzichè competere per la sopravvivenza. La colletività sta investendo nel futuro di questo settore, e le banche dovrebbero temporaneamente mettere le loro carte sul tavolo. Altrimenti finiremo, come nel Dilemma del Prigioniero, per pagare dei costi ancora più salati di quelli che già stiamo pagando. Potremmo cioè raggiungere un risultato migliore se, almeno per un po’, gli istituti finanziari rinunciassero alla loro avidità, che le ha gettato sul lastrico e rese così impopolari agli occhi dell’opinione pubblica. Per questa volta, potrebbe essere la collaborazione, e non la competizione, il sistema migliore per raggiungere, oltre che l’equità, anche l’efficienza.

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Una risposta a “L’avidità funziona? Ovvero, come la collaborazione (anzichè la competizione) fra le banche potrebbe salvarci.

  1. Il problema è di fondo, secondo me. Non si cerca di raggiungere una condizione di ottimo Paretiano, per cui non posso incrementare il mio profitto se non a scapito di quello dell’altro (è giusta la definizione?), ma si è cercato fino ad adesso di incrementare a dismisura il proprio profitto, indipendentemente dalle conseguenze non solo sugli investitori (l’altro della questione), ma anche sull’intero mercato. Mi è più volte venuto in mente, in questi ultimi mesi, il film “Una poltrona per due”, dove i due avidi speculatori, ritenendosi molto furbi, cercano di manipolare il mercato, ricorrendo a una qualche forma di aggiottaggio, ma vengono fregati dal loro ex-dipendente molto più scaltro di loro.
    La stessa cosa succede a livello nazionale con la benzina. Il barile di petrolio ha dimezzato il suo costo rispetto a due mesi fa, ma il prezzo alla pompa è sceso solo del 10%. Con il benestare dei governi, che su quel prezzo hanno un introito.
    Quindi si cade anche nell’altro dilemma, di Platone stavolta: chi controlla i controllori?
    I soggetti coinvolti, cioè la gente. Che dovrebbe vigilare sia sull’operato delle banche che delle amministrazioni (anche per evitare che si arrivi a situazioni di buchi di bilancio tremendi, come a Catania), stando ben attenti a non cadere vittime del guadagno elevato e immediato.

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