L’ “Armageddon” finanziario, la parabola del figliol prodigo e la gestione delle emergenze.

« Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. » (Luca 15,31-32)

La crisi finanziaria non cenna a placarsi e le discussioni in merito all’etica degli operatori e istituzioni finanziari sono sempre più frequenti. Mai si era assistito a tanto accanimento verso Wall Street come nelle ultime settimane. Brokers e traders sembrano essere usciti dall’immaginario collettivo di geni matematici (smart guys) per entrare prepotentemente all’interno dei servizi televisivi di tutto il mondo come causa della più grossa crisi finanziaria (e forse economica) dal dopoguerra ad oggi.

All’interno degli ambienti finanziari, girava già dal 2007 il seguente dubbio: “Ma se oggi falliscono le banche, lo Stato si affretta a salvarle con tutti i mezzi possibili ma questi mezzi non sono sufficienti, cosa succederà quando a fallire saranno le grandi case automobilistiche, le piccole imprese e le grandi multinazionali?” Certo, se lo Stato avesse soldi a sufficienza, nessun problema (si fa per dire): temporanea manovra di politica fiscale espansiva e pioggia di soldi pubblici ad aiutare le aziende in difficoltà. Ma ahimé, fra i Paesi occidentali non sono molti quelli che possono vantarsi di un avanzo di bilancio pubblico (nonostante i forti tassi di crescita del PIL reale dall’inizio degli anni ’90). Ebbene, si parla spesso di Keynes in questo periodo: le sue idee di rilancio della crescita economica nel breve termine attraverso politiche monetarie e/o fiscali espansive con conseguente deficit spending, da ri-finanziarie nei periodi di maggior crescita. Ma il deficit spending sembra diventata una prassi permanente, che ora paghiamo (e pagheremo) a caro prezzo. Si consideri che è vero, il salvataggio, la nazionalizzazione e le iniezioni di liquidità erano atti dovuti dal governo per non far precipitare la situazione nel breve termine. Ma è ancora da dimostrare che: (1) gli sforzi fin’ora compiuti sono necessari, (2) non avverranno ulteriori fallimenti (banche, istituti di credito, municipalità, nazioni), (3) gli asset comprati dal governo americano potranno essere rivenduti un domani a un prezzo superiore, (4) non saranno necessarie domani tasse più alte per pagare i debiti di oggi (comprimendo quindi ancora di più i consumi odierni).

La parabola del figliol prodigo, che si trova solamente nel Vangelo di Luca, esprime il seguente concetto: il perdono del figlio non è condizionato da buoni propositi, ma il padre lo accoglie ancor prima che abbia la possibilità di esprimere il proprio pentimento. In sintesi, il tema è la preoccupazione di Dio verso il peccatore pentito; e “prodigo” non significa perso ma significa dissipatore. In questo caso il figliol è stato sicuramente dissipatore .Ma è davvero pentito? E sopratutto, quanto sono stati fratelli in questi anni Wall Street e Main Street? Nessuno sta criticando il sogno americano di raggiungere anche standard di vita elevati in conseguenza del proprio lavoro e delle proprie fatica. Il dubbio è sulla grossa forbice che si è creata fra ricchi e poveri, sull’evasione fiscale, sulla manipolazione del mercato. Nessuno vuole che i ricchi diventino più poveri; ma sarebbe bello vedere poveri ed emarginati elevarsi a livelli di benessere più elevati .

Infine, un’ultima riflessione sulla gestione delle crisi. I protocolli da applicare nel caso delle maxi-emergenze (sanitarie e civili) prevedono che, in caso di disastri di grossa portata, si debba discernere tra chi salvare e chi non salvare. La prassi prevede di concentrare le risorse (in genere scarse) sui soggetti che hanno la più alta probabilità di sopravvivenza. E, alla luce di quest modus operandi, bene avrebbe fatto il governo statunitense a lasciar fallire Lehman Brothers: troppo incerta la valutazione delle assets rischiose presenti all’interno dei suoi bilanci. Ma come applicare la stessa prassi, ad esempio, a General Motors o Ford, se la loro sopravvivenza fosse in pericolo?

Responsabilità oggettiva, possibilità di sopravvivenza e interesse strategico dovrebbero essere le linee guida da qui in poi per gestire il futuro della crisi. Il vero problema, sarà riuscire a farlo con le poche risorse a disposizione, e senza compromettere in maniera irreparabile la (futura) stabilità e crescita economica.

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