Il PIL e il benessere collettivo delle nazioni

In questo periodo di forte incertezza economica e finanziaria, si aggiunge alle già provate economie di tutto il mondo lo spettro della recessione. Si sente spesso ripetere che tecnicamente la recessione economica sia determinata da due trimestri consecutivi di crescita negativa del PIL. Ma, ad esempio, l’istituto americano NBER business cycle date committee non definisce la recessione come due trimestri consecutivi di crescita negativa del PIL. Piuttosto, la recessione consiste in “una riduzione significativa dell’attività economica, che coinvolge tutta l’economia, dura alcuni mesi, con effetti visibili nel PIL reale, nel reddito, nel lavoro, nella produzione industriale e nel commercio all’ingrosso ed al dettaglio”. Questa commissione indica quattro specifici indicatori:(1) reddito personale al netto dei trasferimenti di pagamento, in termini reali (2) occupazione (3) produzione industriale e (4) volume delle vendite dell’industria e del commercio (ingrosso e dettaglio) adattati ai cambi di prezzo.

La questione che però spesso è stata dibattuta nel corso degli ultimi anni è se il PIL (Prodotto Interno Lordo) sia un indicatore adatto come misura del buono stato di salute di un’economia. Durante la grande depressione degli anni ’30 di fatto non esisteva una vera e propria misura affidabile della produzione aggregata; fu infatti solo all’indomani della seconda guerra mondiale che i sistemi di contabilità nazionale si diffusero. Negli USA, tali dati iniziarono ad essere disponibili a partire dall’ottobre 1947 (e furono in seguito costruiti retroattivamente). Il PIL viene normalmente definito come “il valore dei beni e dei servizi finali prodotti nell’economia in un dato periodo di tempo” o come “la somma del valore aggiunto nell’economia in un dato periodo di tempo”. Ma c’è anche un terzo modo di pensare il PIL, ossia il lato del reddito. In questo modo il PIL è definito come “la somma dei redditi nell’economia in un dato periodo di tempo”.

Nel filmato riprodotto in questo articolo, Bob Kennedy ammoniva sull’utilizzo esclusivo del PIL come UNICO PUNTO DI RIFERIMENTO per le amministrazioni pubbliche nel perseguire le loro politiche economiche. Eppure, se si pensa al PIL sia come (1) efficienza nell’uso di inputs per produrre beni e servizi e (2) distribuzione dei redditi fra lavoro, capitale e imposte, ci accorgiamo di come questo strumento dia in maniera sintetica una buona approssimazione dello stato di salute dell’economia. Il segreto sta, appunto, nel guardare ad entrambi questi aspetti (produzione e distribuzione). Se, ad esempio, l’economia cresce a ritmi molto elevati, ma tutta la quota del PIL finisce al reddito da capitale e alle imposte indirette, ci sarà una tensione sociale crescente dovuta alla sofferenza di chi percepisce un reddito da lavoro (che rappresenta la quota prevalente in termini di cittadini).

A ciò si aggiungano tutti i problemi legati alla qualità della vita: inquinamento ambientale, tempo libero a disposizione, crescita favorevole alle famiglie, standard di erogazione di beni pubblici come i trasporti, l’istruzione e l’assistenza sanitaria. Nel corso degli ultimi anni sono stati creati e diffusi altri indici di salute delle economie dalle più svariate organizzazioni internazionali (come l’indice di sviluppo umano o di progresso reale).

Io credo che l’utilizzo simultaneo di più indicatori non potrà che essere un vantaggio per la nostra comprensione dell’andamento della crescita economica e dello stato di salute delle società: in sintesi, più indicatori per misurare aspetti diversi di un’unica realtà. Con l’esplicito accordo che tali indici non vengano utilizzati in maniera strumentale e per fini propagandistici. E che non si guardi a uno solo di questi indicatori come il più importante. Ambiente, crescita economica, distribuzione del reddito, povertà, benessere collettivo, serenità e felicità sono aspetti tutti ugualmente importanti di una nazione.

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