L’insostenibile leggerezza del debito.

Non indebitarti e non prestar soldi, perchè chi presta perde sè e l’amico, e il debito smussa il filo dell’economia.

(Amleto, atto I, scena i, Polonio al figlio).

Siamo ancora nel mezzo di una crisi di cui non conosciamo ancora l’entità e la durata, e già si affacciano alla mente ricordi di un lontano ’29 e un presente di difficoltà economiche quotidiane. Eppure, le autorità pubbliche (governi e banche centrali in primis) stanno tentando, un po’ ovunque nei paesi occidentali (e non solo) di arginare la marea che avanza. Solo il tempo ci potrà dire se avranno agito tempestivamente e per il meglio. Quel che è certo, è che in questo momento, non si bada a spese di nessun tipo.

L’uomo della strada (e non solo lui) è continuamente bombardato da piani di salvataggio (bail out) da cifre da capogiro (centinaia di miliardi di dollari ed euro), mentre a stento riesce ad arrivare a far quadrare i conti di casa sua per arrivare alla fine del mese con qualche spicciolo in tasca. Le amministrazioni pubbliche europee e americane per ora abbandonano ogni timore legato alla crescita di deficit e debito pubblico e si concentrano sui piani di emergenza necessari per tenere in piedi il sistema economico, evitandone un suo collasso nel breve termine. Già Keyenes ci ammoniva che, in situazioni di difficoltà, lo stato avrebbe dovuto farsi carico di spese straordinarie per sostenere nel breve termine la donmanda aggregata; pena, un equilibrio economico permanente di sotto-occupazione. Ma l’economista inglese ci ricordava anche che i conti pubblici dovevano poi essere rimessi in ordine non appena l’economia fosse tornata a crescere. Ahimé, la cattiva notizia di oggi è che l’amministrazione americana non è stata così virtuosa, e dal 2001 il debito pubblico americano non ha fatto che crescere senza freni e controlli. Quali le cause? Probabilmente l’amministrazione Bush potrebbe dirci qualcosa a riguardo, ma qualcosa ci dice che la crescita delle spese militari e la riduzione delle imposte abbiano giocato un ruolo di primo piano. In pratica, è come se l’amministrazione Bush avesse gestito un’economia di guerra (il che, in parte) è vero. Certo, siamo lontani dal rapporto debito/PIL che gli USA registrarono durante la seconda guerra mondiale (quando si arrivò al 120%); ma anche il contesto internazionale è molto differente.Ridurre le imposte è sempre una pratica politica molto popolare, ma essa dovrebbe essere accompagnata da una riduzione delle spese se l’obiettivo vuol essere il risanamento dei conti pubblici.

I casi di insotenibilità del debito sono noti, e le sue conseguenze (purtroppo) altrettanto. “Chi fa i conti senza l’oste, gli convien farli due volte” dice il proverbio. E i PVS (Paesi in Via di Sviluppo) lo sanno bene, quando scoppiò la crisi del debito degli anni ’80. Infatti, se indebitarsi nel breve può avere una sua validissima giustificazione economica di natura “tattica”, potrebbe sfuggire di mano in condizioni economiche internazionali avverse (come avvenne negli anni ’80 quandi i tassi di interesse internazionale salirono a livelli record). E cosa dire del nostro paese, il cui debito pubblico è ben oltre il 100% del PIL (e il 60% in mano a investitori stranieri)? E’ sicuramente corretto oggi correre ai ripari e versare fiumi di soldi per evitare la catastrofe (sto esagerando?). E’ altresì giusto non correre il rischio di un eccessivo indebitamento. Del resto, non è stato proprio l’eccessivo indebitamento (del settore privato, in questo caso) la con-causa (assieme al crollo dei prezzi dei beni immobiliari) la goccia che ha fatto traboccare il vaso? E se un domani, gli stati uniti non potessero più contare sul dollaro come valuta di riserva internazionale, chi gli finanzierà gli acquisti e le spese in eccesso? Come per la crisi, anche su questa questione solo il tempo potrà darci la risposta.

P.S. Il video è tratto da un bellissimo documentario sul default argentino del 2001. Su YouTube trovate il seguito.

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