Capitalismo “Made in China”

Il trailer del video si riferisce al bellissimo documentario del 2005 China Blue, dove Blue sta per blue-jeans, che sono il prodotto della fabbrica dove è ambientata l’intera “vicenda”. La fabbrica del signor Lam, ex capo della polizia della città di Shanxi che, come molti altri suoi connazionali, nell’ultimo decennio si riscopre imprenditore  e inizia a produrre capi d’abbigliamento per conto di multinazionali occidentali.

In un periodo in cui si invoca, a gran voce, il ritorno dell’etica sui mercati finanziari, forse si dovrebbe rivolgere lo sguardo anche all’economia reale. Dove finisce il rapporto di lavoro e inizia lo sfruttamento e la schiavitù? Condizioni di lavoro ritenute ormai da noi impensabili ci vengono riproposte ormai quotidianamente dai mass-media.

Da quando la Cina ha fatto il suo ingresso nel WTO (World Trade Organization) nel 2001, il mondo è stato sommerso dal Made in China, con il risultato che le bilance commerciali dei Paesi ocidentali si sono trovate velocemente in rosso, mentre le banche centrali asiatiche hanno accumulato centinaia di miliardi di dollari in valuta estera. Tutta questa vicenda, per la velocità a cui si è svolta e per le dimensioni assunte, pone tutta una serie di problematiche e interrogativi, che affronteremo uno a uno.

Innanzitutto ci troviamo orami in presenza di forti squilibri commerciali tra Paesi orientati all’esportazione e Paesi dediti sopratutto al consumo e fortemente indebitati. Le tensioni tra questi due gruppi di Paesi si ripropongono di tanto in tanto (ad esempio quando gli USA chiedono alla Cina di rivalutare lo yuan).

In secondo luogo, il “tacito” accordo tra Cina e USA che prevede: elevate esportazioni (supportate da un tasso di cambio favorevole) e elevato risparmio in Cina vs elevato consumo e bassi tassi di interesse in USA. Fin dove questo accordo potrà spingersi nessuno lo sa ancora con certezza. Le aspettative sono di un dollaro americano a forte rischio svalutazione e unn’amministrazione americana che rischia di esportare, nel medio-lungo termine, elevata inflazione nel resto del mondo (mentre nel breve termine lo spettro della deflazione si aggira minaccioso per i Paesi occidentali).

Terzo aspetto, la questione dei diritti dei lavoratori cinesi. In sintesi, l’elevata offerta di manodopera a basso costo e la presenza di uno stato autoritario ha permesso alle aziende multinazionali occidentali di concludere affari d’oro, mantenendo elevati margini di profitto (visto che i costi sono ridotti al minimo e i ricavi mantenuti elevati, dato che questi ultimi derivano da prezzi di vendita “occidentali”).

Tutti equilibri estremamente fragili, che in un mondo ormai globalizzato rischiano di frantumarsi molto in fretta. Sembrerebbe che il capitalismo, nei suoi primi stadi di sviluppo, non riesca davvero ad essere compatibile con un sistema politico democratico. Ma, come ci avverte Naomi Klein nel suo ultimo lavoro (Shock Economy, 2007), il capitalismo nella sua forma più “pura” risulta difficilmente compatibile con la democrazia anche negli stadi successivi di sviluppo. Un’analisi attenta delle democrazie sociali del Nord Europa e dei Paesi Scandinavi in particolare permetterà di riflettere su quest’ultimo aspetto.

La crisi economico-finanziaria in corso ci insegna che un buon mix di capitalismo (che permette di adottare gli incentivi economici giusti) e stato sociale (sotto forma di sussidi di disoccupazione e altri ammortizzatori sociali) sarà la strada da adottare nell’immediato futuro. Sperando che la crisi non prosciughi interamente le casse dello stato. Ma, forse, il futuro ci riserverà invece una nuova forma di organizzazione economica, dove sia la produzione che l’allocazione delle risorse saranno decise da nuove entità giuridiche, a metà strada tra il settore pubblico e il settore privato, dove finalità economiche e interessi pubblici saranno entrambi al centro delle decisioni prese.

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